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CRITICS

SINDONI PER UN'IDEA CONTEMPORANEA DI GLORIA


In un momento storico come il nostro, caratterizzato da un’arte multiforme e fluttuante, fatta di voci diversissime e spesso dissonanti, capita ogni tanto di imbattersi nella vera pittura. Con questo non intendo sconfessare la mia passione, più volte orgogliosamente dichiarata, per i linguaggi attualissimi del neopop, per i grafismi “flat” figli del digitale o per le ultime sofisticate frontiere del concettuale. Ma voglio sottolineare come la pittura in senso stretto, quella generata dalla grande tradizione, cresciuta grazie alle battaglie delle avanguardie, nutrita di sudore, lacrime e sangue, sia un filone a sé, molto definito e preciso, con caratteristiche e regole tutte sue. Un fiume trascinante che ha continuato a scorrere nella nostra storia contemporanea – a volte sommerso, a volte in superficie – sempre con intatta purezza.
A questo fiume appartiene, a pieno titolo, il lavoro di Massimo Lagrotteria. Già qualche anno fa, nelle vedute newyorchesi, si avvertiva il senso pittorico profondo che contraddistingue l’artista. Erano immagini pulite, nettissime, ariose, costruite con un’attenzione puntuale agli equilibri spaziali e con uno squisito senso della luce. Inserite in un discorso in quel momento estremamente attuale – quello degli scorci metropolitani – emergevano dal coro per la resa vibrante, quasi impressionistica, che Lagrotteria combinava mirabilmente con il gusto per il dettaglio minuto. Ma già allora andava delineandosi quella che sarebbe diventata poi la cifra più tipica e personale dell’artista, quella della figura. In particolare del viso. Su carta da pacchi, carta e tela si coglievano già le prime tracce della sua pittura matura, dello stile compiuto che troviamo nei suoi lavori oggi.
Sperimentatore instancabile, innamorato dei materiali della pittura, Lagrotteria negli anni ha sperimentato anche il cartone, il ferro, il rame, estraendo da ogni elemento una voce nuova e purissima, ma sempre solidamente coerente al contesto della sua poetica; che fossero scie di colore sulla grana ruvida della tela o toni serici, liscissimi, stesi morbidamente sul metallo. Nelle opere in mostra ora –dai fondi scuri, spesso preparati a bitume, spazi indefiniti fatti di ombre, talvolta dissolti in colature liquide che creano spiazzanti giochi di piani – i visi e le figure emergono pallidi e luminosissimi. Qualche volta sono appena definiti, ammantati di un’aura sacrale come sindoni contemporanee (e l’uso di lasciare spesso gli occhi chiusi enfatizza la suggestione mistica), qualche volta risultano più netti e definiti, illuminati da una luce interiore, resi icone di una quotidianità dove la gloria non è più questione di vite eroiche e leggendarie, ma è piuttosto un fatto estemporaneo, fugace, risolto (e dissolto) in pochi attimi.
Sono figure ieratiche e di un’eleganza antica, fanciulle spettrali dalla pelle lunare, vagamente livida, resa attraverso un uso sapientissimo della materia pittorica; visi che appaiono illuminati come da un’immanente traslucenza rosata, quasi più spirituale che fisica. Con una potenza di linguaggio che lo accomuna alla poetica di Marlene Dumas o di Maria Lassnig, con una capacità di cogliere l’anima nel volto che ricorda per certi versi Lucien Freud e un senso dello spirituale e dell’onirico non lontani dal percorso dell’italiano Nicola Samorì, Massimo Lagrotteria crea una galleria di figure che più che uomini e donne ci appaiono pura umanità. Questa umanità contemporanea spesso sconfitta e dolente. I tuffatori che sembrano rubati agli antichi vasi attici, gli imponenti lottatori di sumo, i bambini dallo sguardo incantato e incantevole si fanno bandiera di tutti noi. Proprio come le nuove figure scolpite. Piccoli uomini così dignitosi in quei poveri corpi disfatti, schiacciati eppure ancora alla ricerca di quel quarto d’ora di gloria che un giorno, oramai tanto tempo fa, un uomo chiamato Andy Warhol ha promesso a tutti. E loro, certamente, di quel quarto d’ora si accontenterebbero.
Alessandra Redaelli
Milano, September , 2014


LAGROTTERIA, URGENCY OF LINGUISTIC REALITY


Massimo Lagrotteria is far removed from today’s popular art forms which are often a little impersonal, sterile, and too cerebral, (but yet meet the tastes of fans who do not speculate on beauty?). The Carpi artist produces paintings often visibly animated by an urgent language that makes a clean sweep of any dissonance with reality, which is too often only slightly discernible by the audience elsewhere. For Lagrotteria then, the opposite is true. His subjects - portraits in this catalogue, especially of women and urban landscapes - approach the senses with an ease which is immediately perceptible, even if the poses and expressions of the figures, as well as the city’s deserts, at first sight, have little to be shared with the viewer, having been created to be seen rather than to be “shared”. It’s the technical means, mostly oil on canvas or paper, that create the first emotional connection with the viewer because his paintings and drawings do not border on the purely academic, but at the same time are not too distant, in fact, from a natural awareness of reality. The latter, understood as stopping real life in an instant, has always been the beacon of Lagrotteria: a reality-reproduced, mediated, especially early in his career, from photographs taken by him or taken from old magazines that were used to produce faces and scenes in the paintings, then transformed into a reproduction of realistic ‘real-life’ bursts of private events such as travel or friendly meetings and amplified on the surface where they give birth to an iconography, now very wide, without the poses of figures sometimes twisted, sometimes prompting the Renaissance portraits, and views of the city where humans are almost completely absent and without enhancement. Lagrotteria certainly fits into that vein of important exponents of the new New Deal pictorial (which include major international artists like Marlene Dumas and Jenny Saville). Borrowed from twentieth-century greats of the past such as Freud and Bacon, it is on which too many critics demonstrate daily their lack of reflection, as many are in favor of elaborate theories which are sometimes not constructive and bizarre, but “fashionable” and mercantile. Fortunately, a great intellectual like Gillo Dorfles, remembered recently by scholar Vincenzo Trione, is helping to bring about ‘the recovery of the mysterious strength of colour’. It is exactly this powerful return of the painting which is the main focus of Massimo Lagrotteria. The linguistic urgency of the artist now turns in the direction of sculpting, probably so he can begin to bring in a third dimensional awareness of reality.
LAGROTTERIA, URGENZA LINGUISTICA DELLA REALTÀ
Massimo Lagrotteria è quanto di più lontano oggi vi sia da quella forma artistica asettica e un poco impersonale, perché troppo cerebrale, che va per la maggiore (ma ancora per quanto incontrerà i gusti degli appassionati che non speculano sulla bellezza?). Il pittore carpigiano produce dipinti spesso visibilmente animati da un’urgenza linguistica che fa tabula rasa di tante dissonanze con la realtà, troppo spesso altrove poco percepibili in termini profondi dal pubblico. Per Lagrotteria vale allora il contrario, i suoi soggetti - ritratti, soprattutto femminili, e paesaggi urbani - avvicinano i sensi con immediata facilità percettiva, seppur pose ed espressioni delle figure, nonché i “deserti” cittadini, abbiano a prima vista poco di condivisibile con chi guarda, essendo creati per essere guardati più che per essere “condivisi”. E’ proprio il mezzo tecnico, quasi sempre olio su tela o su carta, che crea il primo legame emozionale con chi osserva, perchè i suoi quadri e i disegni non rasentano l’accademismo puro, ma al tempo stesso nemmeno sono troppo distanti, appunto, da una naturale presa di coscienza della realtà. Quest’ultima, intesa come dato verificabile di ogni giorno fermato in un attimo, è sempre stata il faro di Lagrotteria: una realtàriprodotta, mediata, soprattutto nei primi anni di carriera, da immagini fotografiche, da lui scattate o prelevate da vecchie riviste, che gli servivano per elaborare visi e scene nei dipinti, poi trasformata in riproduzione di realtà-reale vissuta, lampi di episodi privati, come viaggi o incontri amichevoli, poi amplificati sulla superficie dove danno vita a una iconografia, ormai molto ampia, fatta di figure dalle pose a volte contorte e a volte richiamanti la ritrattistica rinascimentale, e da scorci di città dove il dato umano è pressoché assente e comunque assolutamente accessorio. Lagrotteria si inserisce senz’altro in quel filone di importanti esponenti del nuovo New Deal pittorico (all’estero annovera artisti di grande importanza come Marlene Dumas e Jenny Saville), mutuato da grandi del passato novecentesco come Freud e Bacon, sul quale ancora troppi critici ogni giorno danno prova di scarsa riflessione, molti a favore come sono di elaborate teorie a volte poco costruttive e cervellotiche, ma “modaiole” e mercantili. Per fortuna un grande intellettuale come Gillo Dorfles, lo ricordava di recente lo studioso Vincenzo Trione, sta contribuendo a riportare la barra a favore del «recupero della carica misteriosa del colore». E’ proprio questo ritorno potente della pittura-pittura la stella polare di Massimo Lagrotteria. L’urgenza linguistica dell’artista ora si volge anche in direzione della plastica, probabilmente per lui dunque inizia a essere impellente la necessità di portare nella terza dimensione la sua presa di coscienza del reale.
Luppi Stefano
Modena, September 1st, 2010